C’è un momento, in Titanium Court, in cui puoi decidere di non combattere.
Il gioco di AP Thomson — quello che quest’anno ha vinto il Seumas McNally Grand Prize all’Independent Games Festival, rendendo il suo autore l’unico ad averlo vinto due anni di fila dopo Consume Me — è una macchina strana: un match-3 che è anche roguelite, tower defense, visual novel e trattato metafinzionale su un regno di fate in guerra. Ne ho scritto più a fondo su Ludica, qui, e non tornerò sulle sue capre esattori né sulla sua distopia dandy.
Torno invece su quel momento. Perché fra i finali possibili ce n’è uno che non ti chiede di vincere: ti chiede di andartene. E quando lo scegli, quello che ricevi non è una schermata di vittoria. È una canzone.
Il commento che ha aperto una porta
La canzone è scritta e cantata da Thomson. Voce nasale, chitarra spartana, versi che nominano cose concrete invece di evocarle. Non l’avevo mai sentito prima e non sapevo dove collocarlo.
Ci hanno pensato i commenti.
Sotto il trailer del gioco, e nei thread su Reddit, decine di persone dicono la stessa cosa in modi diversi. Uno scrive che una certa riga “really channeled the Mountain Goats”. Un altro: che i Mountain Goats, da qualche parte, stanno sorridendo. E poi il migliore di tutti, quello che mi ha fatto capire davvero di cosa si stesse parlando: “è pazzesco che siano riusciti a far scrivere e suonare la canzone del trailer ai Mountain Goats /s”.
Quel /s sta per sarcasm. È una battuta. Significa: la somiglianza è così evidente che si può scherzarci sopra fingendo di prenderla per vera.
Non è una fonte, è meglio: è un riconoscimento collettivo di uno stile. Nessuno ha dichiarato niente, nessun comunicato stampa parla di influenze. Una piccola folla di sconosciuti ha semplicemente sentito qualcosa di familiare e le ha dato un nome. Io quel nome non lo conoscevo, e sono andato a vedere.
Trent’anni di canzoni scritte in fretta
I Mountain Goats sono, essenzialmente, John Darnielle. Nascono nel 1991 in California come progetto solitario — per anni il plurale nel nome è stato una specie di scherzo — e la loro leggenda tecnica sta nel metodo: canzoni registrate su un boombox Panasonic, prima presa, fruscio incluso, con l’urgenza come principio compositivo. Scrivere in fretta perché la cosa da dire non aspetta.
Da lì Darnielle ha costruito una discografia sterminata e ossessiva, in cui ogni disco è un dispositivo: un album ispirato al goth della sua adolescenza, uno costruito sui versetti biblici, uno sui giochi di ruolo e i vecchi maghi che assomigliano ai vecchi atleti — «erano magici, una volta» — e uno interamente ricavato dai film d’azione visti la notte durante la pandemia. È uno scrittore che usa la forma canzone come altri usano il saggio breve: prende un oggetto qualsiasi e ci scava dentro finché non diventa esistenziale.
E infatti scrive anche romanzi. E parla molto, molto spesso, di baseball.
Che è un dettaglio che qui non è irrilevante: Titanium Court è stato descritto come «un regno surreale di fate e riferimenti al baseball». La coincidenza non prova niente — è solo una coincidenza — ma è di quelle che ti fanno sorridere.
No Children, o l’arte di cantare una maledizione
Il pezzo dei Mountain Goats che tutti nominano è No Children, del 2002, dall’album Tallahassee — un concept album su una coppia che si distrugge lentamente in una casa in Florida.
Non serve conoscere la trama. La canzone funziona così: chi canta si rivolge alla persona che ama e le augura, punto per punto, il fallimento più completo. Non l’addio: la rovina condivisa. La speranza esplicita che nessuno dei due ne esca migliore, che non ci sia redenzione, che si affondi insieme fino in fondo.
Il colpo di genio è tutto nell’arrangiamento. Un testo del genere, cantato con voce spezzata su un pianoforte, sarebbe insostenibile — patetico nel senso clinico. Darnielle invece lo scrive come una canzone da cantare in coro, ritmo allegro, melodia da singalong. Il risultato è che dal vivo migliaia di persone urlano insieme, sorridendo, la frase più cattiva del pezzo. È una maledizione travestita da festa.
È anche il motivo per cui, vent’anni dopo, la canzone ha avuto una seconda vita: è diventata un audio virale, il sottofondo di innumerevoli video sul disastro sentimentale contemporaneo. Una generazione che non era nata quando è uscita l’ha adottata come proprio inno.
Perché adesso, e perché qui
Mentre riascoltavo No Children per la ventesima volta è uscito su Netflix Due spicci, il terzo e ultimo capitolo animato di Zerocalcare: Zero e Cinghiale che mandano avanti un piccolo locale tra debiti, favori pericolosi e responsabilità che non si possono più rimandare. La critica l’ha letto come il lavoro più maturo e disilluso dell’autore, un racconto sul precariato pratico ed emotivo di una generazione che si barcamena tra lavori che non bastano e relazioni che non funzionano.
Ecco: No Children nella colonna sonora di Due spicci ci sarebbe stata benissimo. Non perché Zerocalcare abbia mai citato i Mountain Goats — che io sappia, mai — ma perché raccontano la stessa cosa con lo stesso trucco.
Il trucco è questo: prendere il disastro e cantarlo a voce alta invece di sussurrarlo. Darnielle augura all’amata di non riuscire in niente e lo fa su una melodia da stadio; Zerocalcare racconta la paralisi, il debito, il rimandare all’infinito, e lo fa facendoti ridere. In entrambi i casi l’ironia non serve ad alleggerire: serve a rendere dicibile una cosa che detta seriamente sarebbe solo lamento.
E in entrambi i casi c’è un’intuizione scomoda sotto: che restare insieme a farsi male non è sempre una scelta sentimentale. A volte è una questione di affitto, di società, di locale da mandare avanti. «Ti auguro di non uscirne mai» smette di essere una battuta romantica quando i due non possono permettersi di separarsi.
La catena
Riavvolgiamo il nastro.
Un gioco indie premiato → la decisione di non combattere un boss → una canzone di chiusura → una folla di sconosciuti che nei commenti riconosce uno stile e lo nomina, per scherzo → una band del 1991 che registrava su cassetta → un pezzo del 2002 su un divorzio in Florida → una serie animata italiana del 2026 su un bar che non sta in piedi.
Non è una playlist. Non è un algoritmo: nessun sistema di raccomandazione mi avrebbe portato dai match-3 a John Darnielle passando per un /s su Reddit. È il modo in cui si scoprono le cose quando il web funziona ancora come si deve — per contagio, per fraintendimento fertile, per gente che parla di quello che ama sotto a un video.
Il finale migliore di Titanium Court, dicono, è quello in cui esci il prima possibile. Più resti, più il regno si guasta.
Vale anche fuori.