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Itinerari bibliografici

I blu russi, ovvero come si misura una parola

Infografica nei toni del blu sul confine linguistico tra goluboy e siniy, con scala cromatica, profilo umano, test di scelta e grafico dei tempi di risposta.
I blu russi — l’esperimento che si può rifare in casa

Smontaggio · un esperimento aperto

I blu russi, ovvero come si misura una parola

Nel 2007 sei ricercatori hanno provato a dimostrare che avere due parole per il blu, invece di una, cambia la velocità con cui distingui due sfumature. Il loro esperimento si può rifare qui dentro, con i suoi controlli e le sue crepe.

Il russo non ha una parola sola per il blu. Ne ha due, e non sono opzionali: goluboy per i blu chiari, siniy per quelli scuri. Non è come il nostro “celeste”, che possiamo usare o non usare tanto “blu” copre tutto: in russo non esiste un termine generico che le comprenda entrambe. Un russofono che indica il cielo deve scegliere.

La domanda che si sono posti Jonathan Winawer e i suoi colleghi è brutale nella sua semplicità: quella scelta obbligata, ripetuta migliaia di volte dall’infanzia, lascia un segno misurabile? Non nella filosofia, non nella visione del mondo. Nei millisecondi.

L’esperimento è fatto di due compiti e due controlli. Qui puoi eseguire i due compiti e provare il controllo verbale; quello spaziale lo ricostruiremo attraverso i risultati. Una premessa però va fatta subito, prima che tu tocchi qualcosa.

Questa pagina non ti sta misurando

Gli stimoli originali erano definiti in coordinate colorimetriche calibrate e visti su un monitor in una stanza buia. I venti blu che vedrai qui sono una ricostruzione interpolata, e il tuo schermo non è calibrato. Inoltre farai poche decine di prove contro le centinaia dell’originale: il rumore sarà più grande dell’effetto.

I compiti servono a farti sentire la logica dell’esperimento dall’interno. Il numero che otterrai alla fine non è un dato.

Compito uno

Dove finisce il chiaro

Ogni persona ha il suo confine. L’esperimento lo misura invece di deciderlo.

I ricercatori hanno preparato venti quadrati blu in un continuum, dal più chiaro al più scuro a passi regolari. Poi hanno mostrato a ogni partecipante uno stimolo alla volta, in ordine casuale, chiedendo di classificarlo. Blu chiaro o blu scuro? Goluboy o siniy?

Non c’è una risposta giusta. Il punto è che il confine viene misurato su ogni singola persona, e i dati verranno poi riletti rispetto a quel confine personale.

Denominazione 20 stimoli

Venti quadrati, uno alla volta, in ordine casuale. Circa trenta secondi.

Nell’originale ogni stimolo compariva due volte e il compito veniva svolto dopo le prove di discriminazione, non prima. Qui l’ordine è invertito per poterti costruire prove su misura: è una scelta didattica che allontana la dimostrazione dalla replica fedele.

L’idea

Il trucco sta in ciò che resta uguale

Senza questo accorgimento l’esperimento non dimostrerebbe niente.

Ora il compito vero. Ti vengono mostrati tre quadrati: uno in alto, due in basso. Sembrano tre colori, ma sono due. Uno dei due in basso è identico a quello in alto, l’altro è leggermente diverso. Devi dire quale, il più in fretta possibile.

Il punto cruciale è come vengono scelte le coppie. In alcune prove i due colori stanno dalla stessa parte del tuo confine; in altre ai lati opposti. Ma la distanza fisica tra i due colori resta identica nelle due condizioni.

Se il tempo di reazione cambia, non può essere perché un colore è più distinguibile dell’altro. La distanza è la stessa. Può essere solo perché quel confine esiste.

Lo studio usava due distanze. I confronti facili, con quattro gradini di scarto, e quelli difficili, con due gradini. È una distinzione che conta parecchio, perché il vantaggio linguistico compare quasi solo nei secondi — e la prima cosa che farai è sentire la differenza tra i due tipi.

Compito due

Facile, poi difficile

Quattro prove larghe per tararti la mano, sedici strette per misurare.

Le prime quattro sono a quattro gradini di distanza. Servono solo a farti sentire com’è quando il compito è facile. Poi si stringe.

Discriminazione —

Rispondi con un tocco, oppure con ← → da tastiera. Più in fretta che puoi, senza sbagliare.

Nell’originale erano 136 prove per blocco, con ogni colore che compariva ugualmente spesso a destra e a sinistra e sia come bersaglio sia come distrattore. Qui le sedici prove difficili sono bilanciate per condizione, lato della risposta corretta e ruolo del quadrato superiore; non per frequenza di ogni singolo colore. Le quattro facili sono un riscaldamento e non entrano nel calcolo.

Il risultato

Centoventiquattro millesimi di secondo

Tanto vale, in cifre, l’effetto di cui si discute da vent’anni.

Nei russofoni, sui confronti difficili, la differenza tra le due condizioni è questa:

CondizioneTra categorieEntro categoriaScarto
Nessuna interferenza1164 ms1288 ms+124
Interferenza spaziale1162 ms1270 ms+108
Interferenza verbale1325 ms1260 ms−65
Winawer et al. 2007, tabella 1 — russofoni, confronti ravvicinati

Uno scarto positivo significa che le prove a cavallo del confine sono state più rapide. Centoventiquattro millisecondi: meno di un battito di ciglia. È tutto lì l’effetto.

Sui confronti facili, negli stessi russofoni, gli scarti sono +1, 0 e −14 millisecondi. Cioè niente. Ecco perché le prime quattro prove che hai fatto non misuravano nulla: quando il compito è facile, il confine linguistico non serve.

Le due righe successive della tabella richiedono una spiegazione, ed è la parte migliore del disegno sperimentale.

Il controllo

Occupare gli occhi, o occupare la bocca

Due disturbi ugualmente difficili, per distinguere due spiegazioni.

Un sospetto ragionevole: forse il vantaggio non c’entra con la lingua, e i russofoni sono solo più allenati a guardare quei blu.

Per escluderlo, i ricercatori hanno fatto ripetere il compito mentre i partecipanti erano occupati a fare anche qualcos’altro. Due tipi di occupazione:

  • Verbale — tenere a mente un numero di otto cifre, ripetendolo mentalmente in silenzio. Il canale del linguaggio interiore è occupato.
  • Spaziale — tenere a mente una griglia con quattro caselle annerite, come un’immagine. Il canale visivo è occupato, quello verbale è libero.

I due disturbi erano stati pre-testati e risultavano ugualmente difficili: 95% e 96% di risposte corrette. Se la spiegazione fosse “fare due cose insieme stanca”, il vantaggio sarebbe sparito in entrambi i casi. Invece con la griglia resta quasi intatto, con le cifre svanisce — anzi, si inverte.

Prova la differenza. Stesso compito, ma con un numero da tenere a mente e da ripetere alla fine di ogni blocco.

Discriminazione + carico verbale —

Due blocchi da otto prove. Prima di ciascuno memorizzi un numero, alla fine te lo richiedo.

Come nell’originale: la sequenza va tenuta per otto prove, poi verificata scegliendo tra il numero giusto e uno che differisce di una cifra sola. I blocchi con richiamo sbagliato vengono esclusi dal calcolo, esattamente come facevano i ricercatori.

La lettura

Non è che gli anglofoni non possano

Il dato più interessante è quello che quasi nessuno racconta.

Gli anglofoni, testati sugli stessi identici stimoli, non mostrano alcun vantaggio: +14, +11, +3 millisecondi nelle tre condizioni. Cioè zero.

Il che si presterebbe alla conclusione romantica: i russi vedono più blu di noi. È sbagliata, e a smentirla è un numero dello stesso paper.

Quando è stato chiesto anche agli anglofoni di dividere i venti quadrati in chiari e scuri, hanno tracciato il confine quasi esattamente nello stesso punto dei russofoni: 8,6 contro 8,7 su venti. Vedono benissimo la differenza, e la collocano dove la collocano i russi.

La differenza non è che gli anglofoni non riescano a distinguerli. È che i russofoni non riescono a evitare di distinguerli: devono farlo per parlare russo in modo normale.

È una conclusione molto più modesta di quella da poster, e molto più solida. Nessuno è prigioniero della propria lingua, nessuno vede colori che gli altri non vedono. Semplicemente, una distinzione che sei obbligato a fare ogni volta che parli resta accesa anche quando parlare non c’entra, e si presenta al lavoro con un ottavo di secondo di anticipo.

E quando le si impedisce di accendersi, il vantaggio se ne va con lei. Il che dice anche che non si tratta di un cambiamento permanente del sistema visivo: se lo fosse, tenere a mente otto cifre non cambierebbe niente.

Le crepe

Cosa non torna

Un esperimento citato migliaia di volte non è un esperimento chiuso.

Il dato che va nella direzione sbagliata

Sui confronti difficili senza interferenza, i russofoni sono stati più accurati nelle prove entro categoria (93%) che in quelle a cavallo del confine (87%). In precisione, cioè, il vantaggio si rovescia. Gli autori lo definiscono inatteso e dedicano due analisi a mostrare che non è un semplice baratto tra velocità e precisione. L’argomento non è debole, ma il dato resta lì.

Winawer et al. 2007, sezione «Accuracy»

Poi ci sono i numeri della partecipazione. Il 12% delle prove è stato scartato per errori o tempi oltre i tre secondi; cinque russofoni e tre anglofoni sono stati esclusi in blocco perché superavano la soglia di prove perse. Dei cinquanta reclutati si arriva a ventuno per gruppo.

E una cosa che il paper non discute: i russofoni erano bilingui, reclutati a Boston, testati al MIT, con l’inglese appreso tra i sette e i ventun anni. Tutte le istruzioni sono state date in inglese.

Nel 2020 un altro gruppo ha rifatto l’esperimento con gli stessi compiti e ha trovato molto meno, intitolando il proprio lavoro con i limiti dell’influenza della lingua. E dal 2016 esiste una posizione più radicale, secondo cui la cognizione non tocca affatto la percezione e tutti gli effetti di questo tipo si spiegano con attenzione, memoria e decisione.

Su quest’ultimo punto conviene leggere cosa scrivono gli autori stessi nella discussione: la natura esatta dell’interazione, ammettono, non è determinabile dai loro dati. Potrebbe essere che il sistema linguistico influenzi le aree visive attraverso connessioni di ritorno; oppure che un meccanismo decisionale successivo combini due flussi separati.

Quella seconda possibilità — scritta da loro, non dai critici — è esattamente la porta da cui entrerà la posizione radicale nove anni dopo.

Perché importa

Un ottavo di secondo è poco. Ed è il punto.

Chi cita questo studio per sostenere che la lingua costruisce la realtà lo sta usando male. Chi lo cita per sostenere che le parole non contano niente, pure.

Quello che l’esperimento mostra è più piccolo e più utile: avere una parola per una cosa non ti dà un occhio nuovo, ti dà una scorciatoia — e la scorciatoia è attiva solo mentre la usi. Ha un costo in millisecondi, che è il modo in cui la psicologia sperimentale riesce a pesare qualcosa di altrimenti impalpabile.

Vale la pena tenerlo a mente ogni volta che si incontra una parola nuova che sembra spalancare un mondo. Non spalanca niente. Accorcia la strada — e a volte accorciare la strada è tutto quello che serve perché una cosa venga finalmente detta a voce alta, in una riunione, prima che l’argomento cambi.

Da dove vengono questi numeri

  • Winawer, Witthoft, Frank, Wu, Wade & Boroditsky, Russian blues reveal effects of language on color discrimination, PNAS 104(19), 2007 — PDF libero. Tutti i tempi di reazione citati vengono dalla tabella 1.
  • Martinović, Paramei & MacInnes, Cognition 201, 2020 — la replica che trova molto meno.
  • Firestone & Scholl, Behavioral and Brain Sciences 39, 2016 — la posizione radicale.