Davide Frigoli Copy Designer
Itinerari bibliografici

Il piano di letture dell’estate: capire perché le parole nuove ti cambiano la testa

Libri, Kindle e quaderno su una spiaggia, con parole e simboli che formano il profilo di una mente e rappresentano il rapporto tra linguaggio e percezione.

L’estate è sempre tempo di letture. Ni. Vale forse per l’età in cui si va a scuola, per chi è in pensione o per chi, anche da adulto, ha la fortuna di avere un mese abbondante di ferie. In tre settimane (quando va bene) è difficile accontentare tutti i propri desiderata feriali: se fai il turista e cammini otto ore al giorno tra musei e chiese, è dura leggerti Guerra e pace, e anche in spiaggia — tra un bagno, un caffè e una passeggiata — non è che si macinino pagine. Tuttavia un lettore motivato il tempo lo trova: magari un bagno in meno, una decina di pagine in più.

Per queste ferie non mi porterò il “romanzo dell’estate” ma un progetto di studio — e naturalmente il Kindle con già caricato il terzo Dungeon Crawler Carl (The Dungeon Anarchist’s Cookbook). Non parto con l’idea di portare a termine tutto il piano: l’obiettivo è leggere almeno un’oretta al giorno. Lo condivido qui, magari interessa anche a te.

Il progetto

Sto lavorando a un pezzo che uscirà a settembre. L’idea è semplice: le comunità di videogiocatori hanno inventato, negli anni, parole precisissime per situazioni che chi lavora in ufficio vive tutti i giorni senza avere una parola per dirle. Un esempio per capirci: softlock è quando un videogioco non è crashato — tutto sembra funzionare — ma non esiste più nessuna mossa che ti permetta di andare avanti. Sei bloccato dentro una partita viva. Se ti è mai capitato un progetto che non è fermo, ha ancora le riunioni del lunedì, i compiti si spostano ancora, ma non sta andando da nessuna parte… ecco, quello è un softlock. Solo che al lavoro non abbiamo la parola, e ci giriamo intorno per venti minuti finché qualcuno dice “insomma, è complicato”.

Ma prima di scrivere quel pezzo devo rispondere a una domanda che sembra semplice e non lo è: cosa succede davvero nella testa quando impari una parola nuova? Ti cambia il modo di vedere le cose, come promette ogni articolo sulle “parole intraducibili” degli altri popoli? O è una leggenda?

Spoiler: la versione da poster — la lingua è una prigione, se non hai la parola non puoi pensare la cosa — è stata smontata da decenni. Ma esiste una versione più modesta e più interessante che è ancora in gioco, e questo piano di letture serve a capirla. Cinque tappe, in ordine. Nessuna richiede una laurea in linguistica: dove serve un termine tecnico, lo spiego strada facendo.

Tappa 1 — Il libro base (che è anche il libro da spiaggia)

Guy Deutscher, La lingua colora il mondo (Bollati Boringhieri)

L’unica lettura “lunga” del piano, ed è quella giusta per l’ombrellone: un linguista che scrive come un romanziere, su una domanda che ci siamo fatti tutti almeno una volta — se parlassi un’altra lingua, penserei cose diverse?

Il libro parte da un mistero vero: perché Omero chiama il mare “colore del vino”? Perché in tutta l’Iliade e l’Odissea il cielo non è mai azzurro? Da lì Deutscher racconta due secoli di litigi tra scienziati su quanto la lingua influenzi il pensiero. E attenzione a dove va a parare, perché non è dove ti aspetti: non è un libro contro l’idea che la lingua influenzi il pensiero, ma una difesa della sua versione ragionevole. Deutscher smonta i miti (ci arriviamo alla tappa 3) proprio per salvare il salvabile, e il salvabile è questo: la lingua non ti impedisce di pensare niente — tutto si può dire in tutte le lingue, al massimo con qualche parola in più — ma ti obbliga a specificare certe cose ogni volta che apri bocca. Chi parla italiano deve decidere se dare del tu o del lei; chi parla inglese no. Non è una prigione: è un’abitudine che la lingua ti allena, migliaia di volte al giorno.

Dopo questo libro, tutto il resto del piano si legge in discesa.

Tappa 2 — La pietra pietrosa

Viktor Šklovskij, «L’arte come procedimento» (1917, in I formalisti russi, Einaudi; in inglese c’è un PDF libero)

Cambio di scena: Russia, 1917, un critico letterario di ventiquattro anni scrive quindici pagine che sembrano parlare di noi. La tesi: l’abitudine “divora” le cose. Il tragitto casa-lavoro, i mobili di casa, le persone che vediamo ogni giorno — a forza di vederli smettiamo di vederli, ci limitiamo a riconoscerli, che è un’operazione molto più economica e molto meno viva. Il compito dell’arte, dice Šklovskij, è rompere questo automatismo e restituirci la sensazione delle cose: fare la pietra pietrosa.

Dentro il saggio c’è un aneddoto che vale da solo la lettura. Šklovskij cita i diari di Tolstoj (1897): Tolstoj sta spolverando la stanza, arriva al divano e non riesce a ricordare se l’ha già spolverato o no. E conclude: se le vite di molte persone si svolgono così, inconsciamente, è come se non fossero mai state. La polvere di ieri che non sai se hai tolto — tienila a mente, questa immagine, perché è esattamente il tipo di blocco invisibile di cui parlerà il pezzo di settembre.

Cosa c’entra con le parole nuove? C’entra, ed è il cuore del mio pezzo: una parola nuova, la prima volta che la incontri, fa proprio questo — ti fa vedere una cosa che avevi davanti da anni senza averla mai isolata. Poi la usi tre volte, diventa automatica, e smette di farlo. Ma non anticipo troppo.

Tappa 3 — Il mito e la sua demolizione

Qui non serve un libro: bastano una voce di Wikipedia fatta bene — Hopi time controversy — e mezz’ora di attenzione.

La storia, in breve. Negli anni Trenta Benjamin Lee Whorf — di mestiere ispettore per una compagnia di assicurazioni antincendio, linguista per passione, e bravo davvero — studia la lingua degli hopi, un popolo nativo del sud-ovest americano. E sostiene una cosa enorme: che l’hopi non abbia parole né forme grammaticali per il tempo, e che di conseguenza gli hopi non concepiscano il tempo come lo concepiamo noi — niente passato che scorre verso il futuro, un’altra visione del mondo proprio. È l’esempio che ha fatto nascere lo slogan “la lingua determina il pensiero”.

Tra i linguisti l’idea esce di moda già negli anni Sessanta, ma nella divulgazione sopravvive come leggenda metropolitana: gli hopi non hanno il concetto di tempo. Poi nel 1983 arriva Ekkehart Malotki, che di anni tra gli hopi ne ha passati parecchi, e pubblica Hopi Time: seicento pagine di parole, metafore e costruzioni temporali hopi, che smontano l’esempio pezzo per pezzo. Ah, e la loro grammatica il tempo lo marca eccome — solo che lo fa a modo suo: non passato/presente/futuro come da noi, ma una distinzione tra futuro e non-futuro. Che è il punto: un sistema diverso dal nostro, non l’assenza di un sistema.

(E nemmeno qui la storia finisce: negli anni Novanta la linguista Penny Lee contesta a sua volta Malotki, accusandolo di aver forzato l’hopi dentro categorie inglesi. La scienza è così, ed è il bello. Ma la versione da poster non ha più difensori seri.)

Se vuoi la fonte primaria, Whorf in italiano esiste: Linguaggio, pensiero e realtà (Boringhieri).

Tappa 4 — I blu russi, ovvero cosa resta in piedi

Demolito il mito, cosa rimane? Rimane una domanda più piccola e più seria: avere una parola per una cosa ti aiuta almeno a notarla più in fretta? Qui si passa dagli aneddoti agli esperimenti. Tre paper, tutti gratuiti — i primi due brevi, il terzo lungo (e con una trentina di commenti critici di altri studiosi pubblicati in coda: fermati prima). È la parte più impegnativa del piano ma anche la più soddisfacente, perché è un dibattito scientifico vivo che si può seguire come un match.

Primo round — Winawer, Boroditsky e colleghi, 2007. Il russo non ha una parola sola per il blu: ne ha due, obbligatorie — siniy (blu scuro) e goluboy (blu chiaro) — come per noi blu e azzurro non sono la stessa cosa. I ricercatori mettono russi e americani davanti a uno schermo: tre quadratini blu, devi dire quale dei due sotto è identico a quello sopra, più in fretta che puoi. Risultato: i russi sono più veloci quando i due blu da distinguere stanno ai lati del loro confine linguistico, uno siniy e uno goluboy. Gli americani, che hanno una parola sola, non mostrano nessun vantaggio. Il colpo di genio è la controprova: se mentre fai il test ti tengono la testa occupata con un compito verbale (ripetere una sequenza di numeri), il vantaggio dei russi sparisce. Se ti occupano con un compito visivo, resta. Tradotto: non è che i russi vedono colori diversi — è la lingua che gli lavora in testa durante il compito, come un suggeritore.

Secondo round — Martinović, Paramei & MacInnes, 2020. Tredici anni dopo, altri ricercatori rifanno l’esperimento con gli stessi compiti. E trovano molto meno: l’effetto c’è appena, e solo in condizioni particolari. Nella scienza si chiama replica, e quando indebolisce un risultato famoso va letta, non nascosta.

Terzo round — Firestone & Scholl, 2016. La posizione radicale: due psicologi passano in rassegna centinaia di studi tipo “la collina sembra più ripida se sei stanco” o “il colore si vede diverso se hai la parola” e sostengono che nessuno dimostri che il pensiero cambi la percezione vera e propria. Quegli effetti — dicono — nascono altrove: attenzione, memoria, giudizio. Non serve essere d’accordo: serve sapere che questa posizione esiste ed è argomentata bene.

E allora cosa resta in piedi? Resta la cosa che serve a me: Gary Lupyan, 2012. La sua idea, sostenuta da una serie di esperimenti: le etichette verbali non sono targhette appiccicate su categorie già pronte nella testa — partecipano ad attivarle. Sentire il nome di un oggetto ti aiuta a trovarlo in mezzo ad altri. Avere la parola per una cosa la rende più facile da notare, da ricordare e — soprattutto — da comunicare. Nota che per questa versione non importa se l’effetto sia “percezione vera” o attenzione: funziona comunque. La lingua non è una prigione. È una torcia.

Sotto l’ombrellone tre paper sono tanti, lo so. Se ne leggi uno solo, leggi Lupyan: è quello su cui sta in piedi tutto.

Tappa 5 — Perché gli esperti vedono diverso

Ultimo pezzo del puzzle: se le parole sono torce, chi ha tante parole per il suo mestiere vede il mestiere in modo diverso? Due letture.

Chase & Simon, «Perception in Chess», 1973 (PDF libero). L’esperimento è elegante, e riprende un risultato che era già di Adriaan de Groot: mostri una scacchiera per cinque secondi, poi la copri e chiedi di ricostruire la posizione a memoria. I maestri la ricostruiscono quasi tutta; i principianti piazzano quattro pezzi in croce. Facile: i maestri hanno più memoria? No, ed è qui il bello — se i pezzi sono disposti a caso, in posizioni che non potrebbero mai uscire da una partita vera, il vantaggio dei maestri quasi svanisce. Non hanno una memoria migliore: hanno un catalogo di configurazioni già viste e già nominate (“arrocco corto”, “catena di pedoni”), e invece di ventiquattro pezzi sparsi vedono cinque o sei blocchi sensati.

Il contributo di Chase e Simon è il metodo per misurare quei blocchi, ed è geniale nella sua semplicità: cronometrano le pause tra un pezzo e l’altro mentre il soggetto ricostruisce la posizione, e usano le pause lunghe come confini. Quello che esce di getto è un blocco solo; dove il giocatore si ferma, sta andando a pescare il blocco successivo. In gergo si chiamano chunk, e la competenza — in qualsiasi campo — è in buona parte una collezione di chunk che qualcuno ha già isolato e nominato per te. Ecco il legame con le parole: un vocabolario tecnico è un magazzino di chunk pronti all’uso.

(Chicca: uno degli esperimenti più citati della psicologia cognitiva è basato su tre soggetti in tutto — un maestro, un giocatore di classe A e un principiante. Il risultato ha retto a cinquant’anni di repliche, ma vale la pena saperlo.)

Jean Lave & Etienne Wenger, L’apprendimento situato (Erickson). Due antropologi studiano come si impara davvero un mestiere — dai sarti ai macellai alle ostetriche — e trovano che si impara entrando in una comunità dalla periferia, guardando e assorbendone il modo di parlare. Imparare a parlare come loro è diventare uno di loro. Il che spiega anche il lato oscuro di ogni gergo: a un certo punto le parole smettono di servire a dire e cominciano a servire a segnalare che sei del club. Bastano introduzione e primo capitolo.

Bonus per chi è arrivato fin qui: Salen & Zimmerman, Rules of Play (MIT Press, 2003), il capitolo sulle degenerate strategies — le strategie che vincono sfruttando una falla delle regole senza violarne nessuna, così bene da rendere insensato tutto il resto del gioco. La definizione più esatta che io conosca di parecchie cose che in azienda chiamiamo “crescita”.

Il patto

Non finirò tutto, lo so già. Ma il bello di un piano così è che ogni tappa sta in piedi da sola: se a fine agosto ho letto solo Deutscher e Šklovskij, ho comunque portato a casa le due letture migliori. E se il piano interessa anche a te, il pezzo che ne uscirà — la cassetta degli attrezzi videoludica per chi lavora in comunicazione — arriva a settembre. Un bagno in meno, una decina di pagine in più.